giovedì 31 maggio 2012

Bulgaria

Tradizioni e folklore






Il viaggio in Bulgaria rivela immediatamente la volontà degli abitanti di preservare le tradizioni popolari nonostante l'attrazione per una modernità occidendale a lungo vagheggiata.

Il periodo di visita era propizio per gli addobbi e le decorazioni pasquali negli alberghi, nelle case private e perfino in strada


















sulla tavola





Domenica 8 aprile, per noi Pasqua, ma per gli ortodossi Domenica delle Palme, abbiamo assistito alla distribuzione dei rami di salice benedetti che poi vengono intrecciati a mo' di coroncine.






Martenica (leggasi marteniza)

Salta subito all'occhio la "martenica" nastrini o braccialetti di fili bianchi e rossi che ogni Bulgaro indossa alla fine dell'inverno, quando arrivano le cicogne, per un mese e poi abbandona sui rami degli alberi.






Costumi tradizionali


si possono ammirare nei musei etnografici ma anche nelle piazze in occasione di varie festività; solitamente sono scuri arricchiti da coloratissimi ricami e a volte da una cintura di metallo.










i ristoranti tipici espongono costumi e oggetti di artigianato









Tra il perpetuarsi delle tradizioni non può mancare quella delle danze folcloristiche  cui assistiamo






apprezzando nel contempo i piatti della tradizione locale











lunedì 28 maggio 2012

Antologia dei luoghi più belli


Portovenere


In questa stagione di vacanze vogliamo tornare col pensiero in uno dei luoghi più affascinanti del nostro meraviglioso paese, fonte di ispirazione per poeti  e pittori.






la targa, ove è scritta la poesia di Eugenio Montale, si trova in una piccola piazzetta appartata






 ma quello che ha ispirato il poeta e lascia senza fiato i visitatori è senza alcun dubbio la vista della chiesetta di San Pietro ultimo avamposto della terra che si confonde col mare.









sabato 26 maggio 2012

Mondo tombolo

Un lavoro importante: cuscino portafedi








destinato ad una sposa di giugno, è eseguito a punto fiandra a tre paia.






da non confondere con il pizzo chiaccherino, è lavorato con tre paia di fuselli che si tengono contemporaneamente nelle mani. Tipico della scuola di tombolo di Gorizia  è valorizzato dall'utilizzo di un filato sottile.

(disegno di Rosita D'Ercoli) 

giovedì 24 maggio 2012

le mura della città




Visita guidata alla scoperta dei resti delle mura cittadine.



Nell'immaginario collettivo dei cittadini c'è la convinzione che a Cremona le mura siano scomparse con la trasformazione del tratto principale dell'area oggi Viale Trento e Trieste nel Vecchio Passeggio e la demolizione delle 4 porte monumentali: Po, Venezia, Milano e Romana.

In realtà si possono ammirare vari tratti di mura seicentesche lungo via Massarotti/via Amidani, via G. Pedone, e soprattutto lungo via Cadore seguendo il percorso compreso tra le antiche porte di Porta Po Vecchia e Porta Mosa come abbiamo fatto martedì pomeriggio.
 (l'intero tratto misurava km. 5,5 decisamente considerevole per l'epoca)




  


il tracciato delle mura in via Cadore si può seguire sul lato destro della strada, parallelo a V. Giordano, in direzione Porta Po - Porta Mosa seguendo un confine che era alcuni secoli fa lambito dal fiume Po.

Le mura visibili all'inizio della via risalgono alla seconda metà del 600 quando si sentì l'esigenza di rinforzare il sistema difensivo cittadino dopo il grande assedio del 1648.

Proseguendo si incontrano vari fabbricati per la cui costruzione ci si è comportati in maniera differente: o semplicemente distruggendo (era consentito agli inizi del 1900 per facilitare gli accessi alla città) o inglobando nelle facciate o addirittura sfruttandole come basamento.

Abbiamo infatti avuto la possibilità di entrare in un garage dove non solo è conservato un tratto di muraglia, ma addirittura si può osservare come a causa della piena del fiume che in quel tratto doveva essere amplissimo tanto da esser descritto come un lago, si sia avuto un cedimento del muro.

Dalla balconata del giardino della bella villa che sorge a metà circa di via Cadore  si ha una visione del notevole dislivello con la sottostante via del Giordano, mentre poco prima la via Belvedere ricorda nel nome come quello fosse un punto panoramico da cui la vista spaziava sul fiume da S. Sigismondo al Castello.








Mentre della Porta Po Vecchia rimane solo una dettagliata rappresentazione in una carta del 1758, soppiantata come fu dalla monumentale Porta Po che collegava in linea retta il modernissimo ponte in ferro al centro storico, porta poi a sua volta demolita nel 1908, di Porta Mosa risalente al 1230 rimangono i resti con tracce di due volte.

Nella rappresentazione che ne fa Antonio Campi nel 1582 accanto vi era posto anche un mulino e a difesa sorse più tardi il baluardo Caracena oggi inglobato in un parco pubblico.



martedì 22 maggio 2012

Diario di viaggio d'altri tempi






Viaggio in Sardegna


 
Venerdì 18.IX.1970 h. 8.30 km. 21790
Si parte da Macomer alla volta di Alghero. Il paesaggio riprende la sua caratteristica sarda che avevamo lasciato all’avvicinarci di Cagliari.
1^ tappa:Nuraghe Santu Antine.




2^ tappa: Alghero – Lasciata Abbasanta imbocchiamo la statale per Chiesi e Ittiri costeggiando il lago (Omodeo) sunnominato che fotografiamo.




Arrivate al Alghero percorriamo la strada per Porto Conte dove ci fermiamo per vedere il faro, poi proseguiamo per Porto Caccia e di lì alle Grotte di Nettuno.





Qui, armate di una buona dose di coraggio affrontiamo i 640 gradini della Escala del Cabirol. Visitiamo le grotte che ci entusiasmano nonostante la presenza dell’ ”oca giuliva”. Terminata la visita e deluse per non aver potuto scattare fotografie, riprendiamo la salita ricordando le ascensioni dolomitiche.
Verso l’una sosta per il pranzo e oggi come ultimo giorno ci concediamo un lussuoso banchetto. (£ 2.500) Visita ai vari negozi di Alghero indi ripresa del cammino alla volta di Sassari.




Alghero


3^ tappa: Sassari – dopo aver girato invano per una buona mezz’ora arriviamo al nostro albergo. Qui pernottiamo e concludiamo la serata concedendoci un film.*
* Il sonno della F.è alquanto disturbato dal canto di un menestrello locale, passibile di prendersi una bacinella di acqua in testa se continua ancora per un po’ nel suo disgustoso canto. (notte £ 1.800).
Percorsi km.181


 
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Sabato 19.IX.1970 h.9.40 km. 21971.




Santa Teresa di Gallura
 

Si parte da Sassari, per la prima volta ad orario indecente, alla volta di Platamona, dove decidiamo di trascorrere la mattinata per prendere l’ultimo sole sardo. Il bagno di sole si trasforma in poco tempo in bagno di vento, sabbia e materiali vari. Resistiamo eroicamente fino alle 13, indi, dopo esserci sommariamente lavate ad una fontanella, ripartiamo alla volta di Porto Torres per il pranzo.




 Capo Testa



 

Basilica di Saccargia
 



2^ tappa: Porto Torres – lauto banchetto a base di antipasto di mare, ottimissimi spaghetti alle vongole e pesci vari; il tutto annaffiato dall’abituale vino bianco che ancora una volta ci costringe a stringere i tempi e ad uscire in cerca di un luogo qualsiasi che ci dia la possibilità di smaltire l’ormai abituale sbornia (pranzo £ 2.600).
Verso le 16, ormai salde sulle nostre gambe, compiamo l’ultimo giro d’acquisti e verso le 17 ci imbarchiamo col cuore gonfio di tanta tristezza; fortunatamente ad alleviare il nostro dolore ci pensano alcuni giovani nella loro caratteristica foggia piuttosto primordiale.
Alle 20 circa la nave si stacca dal porto e noi diamo così l’addio a quella terra ospitale e ai 15 giorni trascorsi in essa.




Fine

lunedì 21 maggio 2012

Lunario mese di Maggio

Santi e Ricorrenze


22/5






Santa Rita da Cascia






"Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio del Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.
La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.
Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con S. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione."

"Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò la sua vocazione per una vita religiosa, tuttavia aveva solo tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.
Rita, contro la sua volontà, dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”."

"Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito, erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fà di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre."

"Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Per la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso, si narra che una notte, Rita come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al disopra del villaggio di Roccaporena), qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori, che la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero, si cita l’anno 1407; quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente."

"in questa fase finale della sua vita, avvenne un altro prodigio, essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente, che nel congedarsi le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena e Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto, ma la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile, ma Rita insisté.
Tornata a Roccaporena la parente si recò nell’orticello e in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata, stupita la colse e la portò da Rita a Cascia, la quale ringraziando la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì, sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura.
Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa.
Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di S. Rita a Cascia.
Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di S. Rita.
Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte.
Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente.
Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di S. Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino."

Autore: Antonio Borrelli

Patronato: donne maritate infelicemente, Casi disperati.





Santa Rita a Cremona












Cremona chiesa di S. Margherita e Pelagia




nonostante non sia dedicata a S. Rita da Cascia il 22 maggio e nei giorni precedenti nella piccola chiesa voluta da G. Vida vescovo di Alba, si susseguono numerose funzioni con benedizione di rose e oggetti.

La chiesa recentemente riaperta dopo un lungo restauro rappresenta uno dei capolavori del Rinascimento cremonese ed all'interno custodisce un ciclo di affreschi della famiglia Campi.